La Zarina di Settembre

#8 // 2021 Salute mentale

High Five! Sei su Zarina.

Come al solito mi presento. Io sono Giorgia e ti mando questa newsletter sullo sport femminile una volta al mese, l’ultimo sabato del mese.

Zarina racconta le storie di ragazze affascinanti in tuta da ginnastica, ogni donna che ha una storia legata al mondo dello sport, non importa se come atleta in senso stretto o come persona che ha fatto dell’attività sportiva un capitolo importante della propria vita.

Siamo in ritardo di due giorni sulla tabella di marcia quindi skippiamo le intro lunghe e passiamo ai temi caldi.

Liz Cambage ci mostra come si può essere affette da problemi salute mentale per anni e non portare nemmeno un segno sul corpo o una macchia sul CV sportivo.

Giacomo Zamagni ci ha tradotto un articolo sull’essere una giornalista donna che scrive di sport. Il pezzo è uscito originariamente su Global Sport Matters e ci è stato segnalato da Tiziana Scalabrin – Zarina onoraria della prima ora.

Si parte.


La Zarina di Settembre

Liz Cambage: di pop-corn e salute mentale.

Giorgia Bernardini

La sera del 14 luglio 2021 alla Michelob Ultra Arena di Las Vegas si gioca di nuovo l’All Star Game dopo la pausa pandemica del 2020. Per la quarta volta nella sua carriera Liz Cambage è stata convocata nella squadra All Star che quella sera competerà con il Team USA, alle prese proprio in quei giorni con una serie di amichevoli di preparazione per le Olimpiadi di Tokyo. La partita finirà 95-83 per la squadra delle Stelle e al suono della sirena finale l’unica a non aver messo piede in campo sarà proprio Liz Cambage.

Piuttosto che scendere in campo, la pivot australiana classe 1991 ha preferito stare seduta in panchina con un secchiello enorme di pop-corn che si è gustata mentre le colleghe della delegazione stellata riuscivano nell’impresa di uscire vincenti contro l’imbattile sezione americana del basket. Cambage ha fatto un ingresso trionfale durante la cerimonia di apertura, ha fatto il tifo per le sue compagne e si è coccolata fra le braccia Candace Parker ma di toccare il pallone non se n’è nemmeno parlato. 

La causa della defezione compare il giorno dopo sul suo profilo Instagram insieme ad una foto di lei sulla passerella che conduce alla Michelob Ultra Arena e nella caption un messaggio in cui la pivot ringrazia il pubblico, i coach e le colleghe per averla selezionata ancora una volta fra le giocatrici più forti della WNBA. Poi dichiara di non essere stata in grado di giocare la sera prima a seguito di una lunga settimana di duri allenamenti con le Opals, la sua Nazionale australiana di appartenenza, anch’essa in ritiro a Las Vegas in vista delle Olimpiadi. 

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C’è da dire che quelle prime due settimane di luglio nel mondo del basket femminile – così come nei mondi di tutti gli altri sport olimpionici – sono state molto concitate. Nello stretto giro di qualche giorno si sono avvicendate l’ultima giornata di WNBA prima della pausa delle Olimpiadi, il primo All Star Game dopo la pausa pandemica, i raduni delle Nazionali in vista delle Olimpiadi di Tokyo e, subito dopo, la partenza per il villaggio olimpico vissuto dalle atlete nella condizione più stressante della storia per quanto riguarda la salute mentale. 

Piccola questione a latere poi: Rispetto alla NBA, la WNBA è la sorella povera. Gli ingaggi delle giocatrici più in vista non sono nemmeno lontanamente comparabili con quelli dei giocatori uomini. E a parte la frustrazione del fatto in sé, la conseguenza tangibile è che per guadagnare più soldi possibili nell’arco di una carriera che in genere è abbastanza breve, le giocatrici di WNBA pendolano fra il campionato americano (giugno-ottobre) e quelli europei (ottobre-maggio/giugno). Basta fare un rapido conto per notare che momenti di pausa in questo percorso non ce ne sono in generale, figuriamoci in un anno in cui si giocano anche gli Europei (il 2021 è stato così per esempio per la pallacanestro e la pallavolo) i Mondiali o le Olimpiadi. 

Liz Cambage è una di quelle atlete che ha la fortuna economica di giocare per le Las Vegas Aces in WNBA, di essere in centro delle Opals e anche di giocare nelle Southside Flyers, club che milita nella prima serie australiana. La cestista va avanti in questo loop di squadre dal 2011 (con una pausa fra il 2013 e il 2018 in WNBA) che è l’anno in cui è stata presa come seconda scelta assoluta al draft dalle Tulsa Shock – una franchigia che oggi non esiste più.  

Nonostante la pressione fisica e mentale a cui è sottoposta la giocatrice, l’immagine di Liz Cambage che trascorre l’All Star Game sgranocchiando pop-corn lascia il pubblico fra il divertito e l’inquieto. Cambage infatti non è nuova a questo genere di sorprese capricciose, il punto però è che questo era sembrato un momento di buona per la giocatrice delle Aces e nessuno si aspettava di non vederla scendere in campo. Insomma, indizi che la cosa sarebbe andata così – quantomeno sul suo Instagram – non ce n’erano. 

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Il 12 luglio Cambage posta uno dei soliti ritratti di sé in un completino con reggiseno a balconcino a fantasia Vichy in bianco e nero di Fenty, il label di biancheria intima disegnata da Rihanna di cui Liz Cambage è testimonial da tempo. Il post successivo risale al 15 luglio ed è quello in cui spiega perché non ha partecipato all’All Star Game.

Dopo di che il ritmo altrimenti costante dei post si interrompe per quasi un mese. 

Infatti il post ancora successivo è del 10 agosto e si tratta di un video di un allenamento di tecnica e fondamentali la cui caption dice: “pensavo che il basket fosse il mio nemico, invece viene fuori che è sempre stato la mia terapia». 

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Da lì in poi torna tutto più o meno come prima. Foto di Liz ad un party con indosso i vestitini sexy alternate a foto di Liz dentro il campo con il completino delle Las Vegas Aces.

Ma di cosa ci parla quel buco cronologico fra metà luglio e metà agosto? Dove è stata Liz Cambage in quell’arco di tempo in cui ci sono state le Olimpiadi?

Liz Cambage infatti a Tokyo con le Opals non ci è mai atterrata. 

In una storia su Instagram che segue di poco la partita dell’All Star game, Liz annuncia a sorpresa che non prenderà parte alle Olimpiadi con la Nazionale australiana. E dico a sorpresa perché nei giorni precedenti erano girate foto di lei che si allenava con le compagne così come stavano facendo tutte le altre campionesse WNBA che avrebbero preso parte ai Giochi di Tokyo.

Inoltre la dichiarazione di Cambage interferisce con un’altra informazione che proviene dalla Federazione di basket australiana e che lascia intendere che l’assenza di Cambage sia una specie di cautela disciplinare. 

Qualche giorno prima, durante un’amichevole a porte chiuse fra Australia e Nigeria, Cambage ha un alterco (forse sfociato in uno scontro fisico, chissà) con una giocatrice della squadra avversaria. Un evento di cui online non si trovano notizie precise se non le parole di Adaora Elonu, la capitana della squadra nigeriana, che non commenta il fatto ma in un certo senso lascia intendere che le ragazze della Nigeria hanno perdonato la pivot delle Aces per la sua eccentricità.

Elonu dice: «Noi in quanto nazione, in quanto nigeriane, accogliamo tutti e Cambage è mezza nigeriana, quindi noi tecnicamente la vediamo come tale e l’accettiamo come una di noi, buona o cattiva che sia».

Al di là dell’anti-sportività o meno del gesto – Cambage è nota anche per non mandarla a dire a nessuno, dentro e fuori dal campo –, viene fuori un’ulteriore accusa da parte del team della Nazionale secondo cui in quei giorni di raduno la giocatrice non avrebbe rispettato le norme anti-COVID vigenti. L’accusa è che la giocatrice abbia lasciato l’albergo per andarsela a spassare nella città delle luci nonostante ci fosse un divieto totale di abbandonare l’albergo in cui la Nazionale si trovava in ritiro. 

Liz Cambage è una donna ed una atleta estremamente poliedrica. Oltre ad essere la cestita con il record di punti fatti in un solo match di WNBA (53 punti nel match Dallas Wings vs. New York Liberty nel 2018), Cambage è una modella, una donna a cui piace molto divertirsi e una dj. Non è raro che di notte, annoiata prima di prendere sonno, mi imbatta nelle sue storie in cui mette dischi alla console e fa muovere a tempo folle di ragazzi e ragazze. Una delle sue attività preferite è farsi fotografare a bordo piscina con addosso costumi striminziti che le donano particolarmente oppure indossare abiti cortissimi che lasciano in mostra le gambe di una donna alta 2.03 m – you do the math

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Liz twerka indistintamente dentro e fuori dai palazzetti, fissa le telecamere con la bitch face ma poi piange in campo, trema davanti a tutte le sue compagne e il pubblico fregandosene della sensazione di confusione che può creare a chi la vede per la prima volta dal vivo dopo averla osservata per anni solo su Instagram.

Allora chi è Liz Cambage davvero? Quella con la faccia da stronza o quella che piange?

Liz Cambage è tutt’e due.

Qualche giorno dopo aver lasciato la Nazionale, arriva il chiarimento. A chi l’ha accusata di essersene andata in giro di notte durante il ritiro, Liz risponde: ma magari! E invece le tocca ammettere che per una volta anche lei ha fatto una cosa noiosa: ha fatto il test anti-Covid, ha lasciato la sua camera d’albergo e si è recata alla Michelob Ultra Arena per prendere parte ad un All Star Game durante il quale non ha nemmeno messo piede in campo. E per non smentire se stessa la mette sulla provocazione affermando che visto che avrebbe dovuto aspettarsi che le accuse sarebbero arrivate lo stesso, avrebbe fatto meglio ad andare a divertirsi davvero piuttosto che stare in camera da sola ad aspettare il prossimo allenamento. 

A quanto pare il motivo per cui Liz Cambage non ha preso parte alle Olimpiadi non è uno ma una serie. Nel caso specifico una serie di attacchi di panico ed iperventilazione che ripetutamente ha subito durante la stagione in corso e poi durante i raduni con la sua squadra. 

Per chi la segue da un po’ non è niente di nuovo, si tratta delle stesse cause che l’avevano spinta la scorsa stagione a non prendere parte al campionato di WNBA che si era interamente giocato dentro una bolla organizzata a Disneyland dove per mesi le atlete non avevano fatto altro che incontrarsi fra di loro dentro e fuori dal campo in attesa di uscire da lì per tornare in contatto con la società che intanto stava annaspando fuori. 

Cambage, come molte altre atlete insieme a lei, aveva preferito prendersi una pausa in vista del campionato e delle Olimpiadi di quest’anno. In questa stagione, come in tutte le altre, le buone intenzioni da parte di Camabage c’erano. Poi è venuto fuori il protocollo delle Olimpiadi secondo il quale i Giochi si sarebbero tenuti senza pubblico e con tutte le restrizioni che conosciamo. Una scelta di sicurezza lecita che però Liz non si è sentita di assecondare con la sua prestazione sportiva: «Non ho mai giocato senza pubblico»; dice sempre nella stessa storia di Instagram in cui spiega il suo ritiro dalla Nazionale, «non mi sento bene a stare dentro ad una bolla, non mi sento bene a giocare senza pubblico..e non avere nessuna via d’uscita mi provoca ansia e panico».

A maggio di quest'anno Naomi Ōsaka aveva deciso di boicottare le conferenze stampa obbligatorie del Roland Garros per via delle conseguenze severe che queste avevano avuto in passato sulla sua salute mentale. Era stata una questione di ore prima che arrivasse il sostegno di Cambage alla collega del tennis. In un Tweet Liz aveva detto che era arrivato il momento di proteggere chi non se la sentiva di esprimersi attraverso le interviste e che l’attività mediatica non è altro che una costrizione per gli sportivi. 

Un’affermazione almeno in apparenza contraddittoria con quello che è il management dei suoi social, che come abbiamo visto è piuttosto stravagante e molto estroverso. Tuttavia Liz stessa è una donna che ha parlato sempre molto apertamente sullo stato della sua salute mentale e quando ha twittato su Ōsaka nessuno si è sentito nella posizione di mettere in dubbio la veridicità di quel supporto. 

«Voi americani avete mai sentito parlare di uno strappo?»

È con questa domanda che Liz Cambage nel 2019 inizia la lettera pubblicata su The Players Tribune nella quale racconta apertamente dei suoi problemi di salute mentale che la accompagnano da quando ha 15 anni. Molto alcool, un primo tentativo di disintossicazione già all’età di 18 anni, certe notti coperte dal black out totale e il risveglio sul letto di un ospedale senza nemmeno un ricordo degli eventi che l’hanno portata fino a lì. 

«Da tutta la vita combatto a fasi alterne con problemi di salute mentale – prima l’ansia, e poi la depressione che da essa può scaturire –. E non credo che sia una notizia nuova per qualcuno: è un argomento su cui sono stata onesta il più possibile sia privatamente che pubblicamente. Al punto da averci sviluppato questa specie di personaggio intorno, sapete cosa intendo? Sembra quasi che, a suo modo, tutta la mia vita sia stata una “conversazione sulla salute mentale”.

La difficoltà nel comprendere questa dichiarazione oggi, oppure nel richiamarla alla memoria ogni volta che Cambage fa Cambage è che il corpo e il modo in cui lei ne fa uso non ci permettono di vedere i segni della malattia di cui Liz ci ha messo al corrente nel passato e di cui continua a parlarci ancora oggi. 

Cambage è bellissima, sensuale, cool e le persone che le stanno intorno sui suoi social lo sono almeno quanto lei. Essere Liz Cambage o farsela è il sogno di almeno 772mila persone – il numero dei suoi followers ad oggi. 

L’altro problema di Liz Cambage è il suo curriculum vitae: il record dei 53 punti di cui sopra, un bronzo alle Olimpiadi di Londra 2012, un Argento ai Mondiali in Spagna nel 2018, un oro ai Campionati Oceanici nel 2009, titolo di miglior marcatrice WNBA del 2018, 4 volte All Star Game. 

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E forse la veridicità delle argomentazioni di Cambage non la vedremo iscritta sul corpo, ma di sicuro la percepiamo nella naturalezza e nella proprietà di linguaggio con cui la cestista parla di salute mentale; oppure nella prontezza e nella competenza con cui interviene nel dialogo che sempre più si sta sviluppando intorno a questi aspetti, a partire dai «demons», le insicurezze di Simone Biles, per arrivare all’atteggiamento cautelare con cui Naomi Ōsaka si approccia ormai ad ogni Slam. 

È qui e non nelle foto patinate che si vede in controluce il dialogo che lei probabilmente affronta ogni mattina su questo argomento. Un dialogo che avviene con se stessa e che si fonda su domande davvero esistenziali: riesco oggi ad alzarmi dal letto? Riuscirò a portare a termine l’allenamento? Riuscirò anche questa volta a fare 53 punti per far vincere la mia squadra?

Lo scazzo di Liz con la Nigeria non mi sorprende per la violenza delle parole o del fisico. Non mi sorprende nemmeno perché è accaduto in un contesto femminile – ho visto abbastanza donne spintonarsi o urlarsi addosso dentro ad un campo, e alcune di queste posso assicurarvi che indossavano persino gli orecchini di perla. 

L’aspetto che mi fa fissare su questo alterco è che Liz Cambage è per metà nigeriana dalla parte di padre e forse starò spingendo la riflessione un po’ troppo in là, ma è come se il desiderio di essere distruttiva con se stessa, di andare contro di sé, di preferire ancora una volta di affondarsi piuttosto che innalzarsi, avesse esulato dai confini della sua persona e fosse andato ancora più a fondo, per andare a scalfire persino la sua identità. 

Non sto dicendo che è semplice per chi sta fuori capire le modalità secondo cui si esprime il malessere degli altri. In fondo la depressione e l’ansia sono segnali che arrivano dal nostro cervello, e il nostro cervello è un organo nascosto dentro la testa, ed è come il contenuto di una conchiglia chiusa a cui non riusciamo ad arrivare senza aprirla in due. 

Cercare segni del malessere di un’atleta nel suo corpo o nei risultati è stato l’atteggiamento istintuale che ci ha contraddistinto per anni perché prima non c’era un’alternativa reale. Questa alternativa oggi c’è ed è la parola. Grazie ad Instagram, grazie alle lettera sui giornali, gli atleti e le atlete hanno la possibilità di parlarci di sé senza filtri, di arrivare a noi con naturalezza. Finalmente chi lo desidera può rappresentarsi con tutte le incongruenze e le incertezze che ci mettono di fronte al fatto che una sportiva non è un monolite e che i 53 punti in una partita possono avvenire come un automatismo oppure possono anche non avvenire affatto. Ma è necessario fare i conti con il fatto che una prestazione impeccabile magari può dirci molto sulla forma fisica di un atleta e allo stesso tempo dirci niente sulla sua forma mentale. 

Accettarlo non è semplice. Significa accettare che le divinità che ci siamo scelti per raccontarci storie che parlano anche di noi, non sono imbattibili e forse a paralizzarci è proprio l’atto di scoprire attraverso di loro che anche la nostra imbattibilità è una bugia. Non solo non c’è redenzione attraverso i successi di un’altra persona, ma l’altra persona non è nemmeno più disposta a caricarsi di questo peso al costo della sua salute mentale.

Noi comuni mortali siamo pronti per accettarlo? 

Chi se ne frega, ci stanno dicendo le divinità.

E ce lo stanno dicendo in tutte le forme possibili. 

Giorgia Bernardini è la fondatrice di Zarina. Scrive di sport su Ultimo Uomo ed è il 50% di Goleadora, il podcast sul calcio femminile che conduce con Elena Marinelli.

SHEVA è il podcast sulla salute mentale a cura di Gabriele Colombo. In questa puntata abbiamo parlato di aspetti mentali legati a motivazione, concentrazione ed abnegazione. Poi ci ho messo dentro anche la mia esperienza scavezzacollo sull’Etna (di cui trovate documentazione fotografica sul profilo Insta di Zarina) e gli anni gloriosi di Imma Gentile alla Termomeccanica. Lo potete ascoltare direttamente qui:


43 anni dopo Melissa Ludtke la storia si ripete per un’altra giornalista

Il testo originale lo trovate QUI
di Paola Boivin per Global Sport Matters, tradotto da Giacomo Zamagni.

QUESTA STORIA CONTA PERCHE’

Solo il 10% dei redattori sportivi e l’11,5% dei giornalisti sportivi sono donne. È arrivato il momento di andare avanti, farsi sentire e smantellare gli ambienti di violenza e pregiudizio affinché le giornaliste sportive possano continuare ad esercitare la loro professione. 

Lungo il corso della mia gioventù, mia madre, nata in Italia, pensava che la mia crescita emotiva e fisica dovesse fondarsi su due cose: lasagne e Barbie.

La pasta al forno rimane uno dei miei piatti preferiti; quanto a Barbie Malibu, fin dal primo momento, si trasformò in Dick Butkus, linebacker dei Bears, grazie ad uno spesso strato di nero per gli occhi che le applicavo sul viso. Correva verso Ken come un treno merci, lo prendeva e lo scaraventava sul pavimento. Un placcaggio ben riuscito e già mi ero stufata, così Barbie finì presto in fondo all’armadio e io fuori a giocare a baseball con i ragazzini lustrascarpe. 

Non mi hanno mai fatta sentire fuori posto. Quindi perché, quando ho iniziato a bazzicare nel mondo del giornalismo sportivo – l’unica carriera che mi sia mai interessata – gli altri lo facevano? E perché, dopo diversi decenni, nel 2021 accadono ancora episodi in cui gli uomini nel mondo dello sport sono in condizione di molestare le giornaliste?

Perché alla società non importa abbastanza.

Avete sentito? Hanno accusato di molestie sessuali Jared Porter, General Manager dei Mets successivamente licenziato, e il pitching coach dei Los Angeles Angels, ora sotto investigazione da parte della franchigia. 

Inoltre, Lisa Cornwell, ex giornalista e presentatrice di Golf Channel, ha presentato un reclamo alla Commissione per le Pari Opportunità, in cui sosteneva, fra le altre cose, di essere stata ingiustamente rimproverata dai suoi superiori uomini. 

Tutte storie accadute solo nell’ultimo anno. 

Com’è possibile che siano passati 43 anni da quando la reporter di Sport Illustrated Melissa Ludtke citò in giudizio la Major League Baseball per non averle permesso di entrare negli spogliatoi dello Yankee Stadium? Non voleva niente di più di quanto non fosse concesso ai suoi colleghi maschi.

Eppure eccoci qua.

Uno dei tanti punti inquietanti presentati all’interno della “Associated Press Sports Editors Racial and Gender Card” del 2018, pubblicata dalla sezione Diversità ed Etica nello Sport dell’Università della Florida Centrale, attesta che le donne rappresentano ancora solo una piccola percentuale dei giornalisti sportivi, soprattutto se si parla di posizioni di potere. 

Solo il 10% dei redattori e l’11,5% dei giornalisti sportivi sono donne. È problematico se si pensa a quante donne siano in realtà interessate al giornalismo sportivo. Dove lavoro, alla scuola di giornalismo e comunicazione dei mass media Walter Cronkite presso l’Università Statale dell’Arizona, più del doppio degli iscritti ai curricula di giornalismo – circa il 25,1% -  sono donne.

Ma bisogna imparare da ciò. Uno dei problemi maggiori è l’esodo in massa delle donne da ogni ambito del giornalismo. Circa i due terzi dei laureati in giornalismo o comunicazione sono donne – alla Cronkite, attualmente rappresentano il 76% - e nonostante ciò i media sono un industria in cui le donne sono solo un terzo della forza lavoro totale.

Qual è la morale in tutto ciò? Il mondo dei media è duro con le donne come categoria. Sicuramente, in parte è per via della mancanza di leadership femminile (e di modelli femminili forti). Il resto è però la dura realtà in cui le donne sono ancora cittadini di serie b nel mondo del lavoro, pagate 82 centesimi per ogni dollaro percepito dai colleghi maschi di tutte le etnie, almeno secondo lo U.S. Census del 2019.

È una vergogna che il giornalismo sportivo sia ancora un sentiero avverso per le donne. Per molte di noi, è stato un obiettivo lavorativo scelto in gioventù.

In gioventù, il mio desiderio prendeva forza dai momenti passati con mio padre alle partite dei White Sox di Chicago. Non si era mai diplomato e si arruolò nell’esercito, in cui rimase per 25 anni prima di trovarsi un lavoro con orario d'ufficio in centro città. Era un lavoratore, ma ogni giorno tornava a casa sfinito e non parlava molto.

Allo stadio però era tutto un altro paio di maniche. Era ottimista, entusiasta e sperava sempre che fosse l’anno giusto. Purtroppo, non era mai l’anno giusto. Io non li ho mai visti andare ai playoff prima di compiere 22 anni. E nel 2005, quando hanno vinto le loro prime World Series dal 1917, lui, mio padre, se ne era già andato. 

Ciononostante, era la promessa a legarci: l’esperienza condivisa di credere che la miglior squadra di baseball potesse essere la stessa per cui tifavamo. La classe operaia della southside viveva nell’ombra dei Cubs, solo 10 miglia più a nord, ma se invece della distanza fisica avessimo misurato quella socioeconomica percepita, si sarebbe trattato di centinaia e centinaia di miglia. Accidenti se amavo vedere mio padre a quelle partite. Così mi resi conto di voler lavorare in un ambiente fatto di erba sempre tagliata, passioni irrazionali e momenti che mandano fuori giri il cuore.

Dopo l’esperienza positiva al giornale studentesco dell’Università dell’Illinois, in cui mi sono sentita sostenuta, aiutata e valorizzata dai miei compagni maschi proprio quando sono diventata la prima donna ad entrare nello spogliatoio degli Athletics (e così fece anche coach Mike), pensai che la transizione verso la carriera professionale sarebbe stata senza intoppi. 

Buona questa.

Il mio percorso è stato assai meno pericoloso di quello intrapreso da molte altre, ma anche io ho vissuto momenti difficili. Non scorderò mai la mia prima volta in uno spogliatoio di baseball: al Dodgers Stadium, un giocatore dei St. Louis Cardinals in trasferta mi tirò addosso un sospensorio, che poi rimase appeso alla mia spalla, mentre un suo compagno di squadra mi urlava in faccia accusandomi di essere alla ricerca di genitali maschili.

Ci sono stati anche altri episodi per cui ho pensato di cambiare occupazione. Un giocatore professionista di baseball usava il mio nome tutte le volte che la moglie gli chiedeva chi fosse la donna con cui stava sempre al telefono (erano le sue ragazze). “Mi devi coprire,” diceva. “Ti concederò interviste migliori.”

Un allenatore rigirava ciò che dicevo innocentemente in allusioni sessuali. Non se la smetteva più dopo che avevo esclamato “che giro di mazza!” mentre assistevo alla batting practice (l’allenamento in battuta). Poi ci fu un collega che mi disse: “Che farai, allatterai al seno a bordo campo? Che schifo,” quando scoprí che avrei seguito il training camp di una squadra collegiale di football americano un mese dopo aver partorito.

Il rimpianto più grande è quello di non aver mai risposto. Non all’allenatore. Non al giocatore. Non al mio collega. Non ho avuto il coraggio necessario. Fa parte della mia personalità: non mi piace creare problemi; ma non ci ho mai neanche pensato veramente. Chi sarebbe stato dalla mia parte?

Perché non ho mollato? Principalmente perché il 98% delle mie esperienze sono state positive. Inoltre ero circondata da uomini che mi sostenevano. I compagni al giornale universitario, il mio redattore al Camarillo Daily News, che, arrabbiatissimo, inviò una lettera ai Cardinals (non risposero mai). Il giornalista che aveva assistito all’incidente al Dodger Stadium, accorse subito per prendere le mie difese e ne cantò quattro a quelli del team. Persino il grande Orel Hershiser, ex lanciatore dei Dodgers, mi prese da parte un giorno a Los Angeles vedendomi con le spalle ricurve e il capo chino per non farmi notare mentre camminavo per il centro d’allenamento della squadra (per lo stesso motivo non ho mai messo il profumo quando lavoravo). 

“La prossima volta che passi di qua,” mi disse, “voglio che cammini a testa alta, che guardi dritto davanti a te e che ti comporti come se questa fosse casa tua. Perché lo è.”

È incredibile quanto quelle parole mi abbiano risollevata. Quando scrivo, come prima, che “non ci importa abbastanza” è perché c’è bisogno dell’intervento degli altri per riuscire a far in modo che le donne accedano al mondo del giornalismo sportivo e ci restino.

Bisogna partire dai dirigenti di leghe e club sportivi professionistici. Devono esaminare meglio le proprie risorse umane. Seriamente, dopo le storie di molestie sessuali venute fuori di recente, si è iniziato a parlare di “segreti di pulcinella all’interno della lega”. 

Com’è possibile che ai piani alti non si sappia del background di certi dipendenti? Secondo poi, una lega o un club dovrebbe prevenire. Che lo dicano. Il sessimo non è tollerato, le molestie non sono tollerate. Le giornaliste vanno trattate con rispetto. Il messaggio NON E’ COSI’ DIFFICILE.

Gli imprenditori che lavorano nel mondo dello sport devono impegnarsi di più. Quando viene fuori qualche scandalo di una giornalista molestata, molti colleghi saltano sul carro dei social e dicono: “ho lavorato con moltissime donne e meritano di essere qui.”

Bene. Grazie, ma non è abbastanza. Mettetevi in prima linea. Se vedete qualcosa che non va, non tacete. Ditelo a un superiore. Agite subito. Non commettete uno dei peccati mortali del giornalismo: arrivare in ritardo sulla storia. 

Chi gestisce le redazioni deve iniziare con anticipo un dialogo di supporto e mostrarsi intransigente fin dal principio. 

Abbiamo bisogno delle donne in questo ambito. Più si diversifica il giornalismo sportivo e meglio è. 

Chi può comprendere meglio il vissuto di una comunità esclusa, per condividere il più ampio spettro di storie possibile? Gli uomini bianchi non dovrebbero essere gli unici a indirizzare il dibattito. 

Alla società non interessa abbastanza il trattamento riservato alle giornaliste sportive. È ora di cambiare.

Giacomo Zamagni, nato nel 1995, è un traduttore. Vive a Rimini e tra le altre cose, si interessa di sport; qualche volta, ne scrive.

Paradiso Amaro mi ha invitato a parlare di come è nata Zarina e del perché mi piace così tanto scrivere di sport femminile. È stata un’intervista molto divertente ed è anche una buona occasione per i/le nuov* arrivat* per recuperare un po’ di basics sulla newsletter a cui vi siete abbonat*.


Dopo un anno e mezzo sono finalmente tornata a Catania. Sono stata al mare tutte le mattine alle sette, ho meditato su uno scoglio che dopo due giorni è diventato mio, ho camminato per strada sentendo l’aria calda sulla fronte e ho scoperto che nella parte interna del Fortino c’è un’edicola bellissima dedicata a S. Agata.

Però mi dispiace aver fatto tutto questo da sola. Non era così secondo i piani.


E questo mese è l’ultimo a maniche corte. Però ricominciano i campionati e ci sarà un sacco di sport avvincente da vedere e da leggere. Noi siamo qui per questo.

Per tenervi aggiornat* sul calcio intanto però potete seguire me ed Elena Marinelli su #Goleadora, il podcast di Zarina sul calcio femminile:

Infine ti ricordo che la shopper di Zarina è tornata e la puoi avere (e con essa diffondere l’hype in giro per l’Europa) pigiando questo bottone rosa

La shopper di Zarina

Infine se c’è qualcosa che ci vuoi dire oppure se ci vuoi dare un feedback su Zarina basta che rispondi a questa mail. Ci puoi mandare anche una foto del tuo diario, un selfie con la borsa di Zarina o quello che ti va di condividere con noi.

Ci sentiamo a fine ottobre. Per tutto il resto c’è il nostro canale Instagram

INSTAZARINA

Infine ricorda: #siamotutt*Zarina

Ciao!

Nota finale: la fonte della copertina di questo numero è Elle Australia e la puoi trovare sul profilo Instagram di Liz Cambage