La Zarina di Aprile

#3 // 2021 Ginnastica ritmica

Benvenut* su Zarina, la newsletter sullo sport femminile che da questo numero è parte del team de l’Ultimo Uomo. Come al solito continuerete a trovarci su Substack e arriveremo l’ultimo sabato del mese, ma da adesso ci sarà una sezione dedicata a noi anche sulla pagina ufficiale del magazine.

Zarina racconta le storie di ragazze affascinanti in tuta da ginnastica, ogni donna che ha una storia legata al mondo dello sport, non importa se come atleta in senso stretto o come persona che ha fatto dell’attività sportiva un capitolo importante della propria vita.

In questo numero Paola Moretti si è interrogata su cosa accade quando sono i maschi a volersi approcciare a livello agonistico alla ginnastica ritmica, uno sport che ad oggi è quasi dovunque considerato come prettamente femminile. Una risposta soddisfacente è stata trovata nell’esempio di Rubén Orihuela, ginnasta spagnolo che ha fatto una piccola rivoluzione in un ambiente dove sono le donne a dettare legge.

Sempre a tema con la ginnastica ritmica Paola ha selezionato un breve estratto dal suo romanzo d’esordio dal titolo “Bravissima” edito l’8 aprile da 66thand2nd. Stasera dialogheremo con lei sulla storia di Teodora, una giovanissima ginnasta talentuosa alle prese con le prime esperienze nel mondo dell’agonismo. Parleremo anche di rapporti fra madri e figlie/atlete e di cosa significa scegliere la forma del romanzo per raccontare una storia sportiva. La diretta è stasera alle 19 sul canale di Zarina.

La seconda parte di questo numero è dedicata ad una breve intervista a Manuela Mellini, scrittrice e enigmista (sì, Manuela scrive i cruciverba), che verte sulle donne in bicicletta. La storia ufficiale delle donne che vanno in bici in Italia è abbastanza recente, risale agli anni Venti del secolo scorso, e nella tradizione italiana ha avuto un’importanza fondamentale soprattutto per le staffette e le partigiane della Resistenza. In occasione del 25 Aprile abbiamo scambiato qualche impressione con Manuela sulle donne che sono entrate in politica e società praticamente in sella e con il fucile in braccio.

Di questa intervista esiste anche un video, di me e Manuela al Tiergarten di Berlino sedute sul prato accanto alle nostre biciclette, che sarà visibile sul profilo Instagram di Zarina proprio domani, domenica 25 Aprile, in occasione dell’anniversario della liberazione.

Come al solito per consigli, domande, messaggini potete contattarci sul nostro profilo Instagram.
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Perché ci sono così pochi maschi nella ginnastica ritmica

di Paola Moretti

Cos’è la ginnastica ritmica

Non è la ginnastica artistica. Non è una sua branca, né una variante, né una diramazione minore. Partiamo da qui. La ginnastica ritmica è una disciplina olimpionica solo femminile in cui le atlete eseguono degli esercizi a corpo libero o con degli attrezzi: fune, cerchio, palla, nastro e clavette. Le competizioni sono individuali o di squadra. La squadra è composta da cinque ginnaste che performano contemporaneamente sulla pedana collaborando in complesse coreografie e scambi di attrezzi. Vengono usati cinque attrezzi — uno per ginnasta — o tutti dello stesso tipo o di due tipologie diverse (cinque nastri oppure tre nastri e due cerchi, per esempio).

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Le caratteristiche fondamentali di questo sport sono l’altissima qualità del controllo motorio, l’estrema coordinazione e flessibilità degli arti, l’espressività ed eleganza nel gesto tecnico, il tutto da eseguire a tempo con la base musicale su cui si svolgono gli esercizi. Ogni esercizio è composto di elementi tecnici fondamentali: salti artistici, rotazioni intorno all’asse longitudinale, equilibri, onde, prese ed elementi di collegamento — per quanto riguarda il corpo libero. Lanci, rotolamenti, palleggi, rotazioni, maneggi, elementi di conduzione specifici — per quanto riguarda i diversi attrezzi.

Se l’immagine della ginnastica ritmica dovesse essere ancora sfocata nelle vostre menti: storicamente le russe e le atlete del blocco sovietico sono sempre state le più forti; su Italia Uno nel 1988 andava in onda un anime a tema che si chiamava “Hilary”; la squadra nazionale italiana, anche nota come “Le Farfalle”, si è portata a casa nove ori mondiali e un argento olimpico; dopodiché, c’è Google.

Qual è il motivo per cui la ginnastica ritmica gode di poco seguito? A parte il fatto che non comprenda ufficialmente uomini, forse è per il disturbo che ci provocano questi corpi estremamente magri, estremamente muscolosi eppure estremamente infantili che si piegano ad angolature disumane? O è dovuto al make up esagerato con cui vengono truccate delle bambine? Ah già, forse è per il fatto che sono delle bambine, al massimo adolescenti, le atlete che vediamo sfoggiare accecanti body di strass e spandex mentre sono intente in contorsioni e pose conturbanti?

Vi ricordate quando un po’ di anni fa, parliamo di una decina almeno, giravano articoli sensazionalistici sui crudelissimi allenamenti che i coach cinesi infliggevano ad allieve di cinque-sei anni? Cose simili succedono in qualsiasi palestra di ginnastica, indipendentemente dalla localizzazione geografica. Il mondo della ritmica è particolarmente spietato a cominciare dai livelli più bassi: senza il fisico adatto non vai da nessuna parte e te lo fanno capire subito. Gli allenamenti sono molto intensi sia per durata che per frequenza, gli esercizi dolorosi, le aspettative stellari, l’ambizione è una carriera malpagata che dura poco oltre la maggiore età. Passati i diciotto anni una ginnasta è vecchia, dopo i venti praticamente finita. Aggiungete al conto la pressione delle Olimpiadi.

Cos’è una ginnasta

Oltre alle caratteristiche fisiche implicitamente necessarie: essere filiformi e slanciate, leggere, senza fianchi, senza seno, senza sedere, meglio se con gambe e braccia lunghe a fungere da leve efficienti per i salti e per i lanci, e i capelli rigorosamente lunghi per poterli legare in uno chignon impeccabile, ci sono altre indicazioni estetiche da seguire. 

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Per esempio, il regolamento a cura della Commissione Tecnica Nazionale Ginnastica Ritmica del 2015-2016 stabiliva che:

“Le ginnaste devono gareggiare in costume da ginnastica corretto e non trasparente: i costumi con una parte in pizzo nella zona del tronco fino al petto sono autorizzati a condizione che la ginnasta indossi il sotto-body.

La scollatura sul davanti e sul dorso deve essere corretta: non oltre la metà dello sterno e non oltre la base delle scapole. I body con bretelle fini non sono autorizzati. La sgambatura del costume all’altezza delle gambe non deve superare la piega dell’anca.” 

Si raccomandano inoltre un’acconciatura consona, un trucco sobrio – benché in questo ambito i parametri siano evidentemente molto relativi – e in nessun caso sono ammessi piercing o gioielli.

Un’ulteriore caratteristica degna di nota è come la ginnastica ritmica, seppure siano presenti esercizi a coppia e di squadra, sebbene esista una società di cui fanno parte le atlete, sia, in ultima analisi, uno sport prettamente individualista. Non si tratta, come nel basket o nella pallavolo, di mettere le proprie qualità a servizio del gioco di squadra: se hai potenza schiacci, se hai abilità strategica alzi, se corri come un leprotto fai il libero. Nella ginnastica non funziona così, il corpo è l’attrezzo più potente che hai. Un corpo che è tuo e che comandi soltanto tu e a cui devi riuscire a far fare anche l’impossibile.

Dunque se dopo la lunga lista di pretese ambigue e imposizioni estreme qualcuno dovesse chiedersi perché mai si voglia praticare questo sport la risposta sta  proprio nel corpo. Un fisico agonistico è bello, divino, perché nella sua aerodinamicità, nella sua flessibilità, nella sua potenza è il mezzo con cui esprimere la propria passione, la propria competitività, la propria voglia di rivalsa. I muscoli sovrasviluppati, le ossa deformate, le giunture mobili, la postura innaturale, tutto ciò che all’occhio non sportivo appare come difetto, bruttura, aberrazione, per la ginnasta è vanto e conferma che il suo corpo può, il suo corpo è capace. Poche cose danno una tale sensazione di onnipotenza come riuscire a far fare ai propri arti, alle proprie mani e piedi, ciò che sembra inconcepibile alla mente comune.

Non dovrebbe stupire quindi se c’è qualcuno che vuole sentirsi sovrumano al ritmo incalzante di un boléro con un nastro che gli serpeggia tra le mani. C'è infatti chi è escluso da questo mondo senza una vera motivazione, ma desidera avervi accesso e perciò sta lottando da anni perché accada e venga ufficialmente riconosciuto: gli uomini.

La ginnastica ritmica è rimasta, in Italia, l’unico sport a non consentire la competizione maschile.Nel 2015 infatti persino il nuoto sincronizzato ha dato il via libera alle squadre miste: la coppia azzurra Flamini – Minisini ha vinto l’oro ai Mondiali di nuoto al Varoliget Park nel 2017 e, sempre Minisini, il 22 Marzo di quest’anno è arrivato primo nel “solo” degli Assoluti di nuoto sincronizzato diventando così il primo uomo a ottenere questo titolo. 

Per quanto riguarda la ritmica invece le esibizioni miste sono consentite, le gare ufficiali no. 

L’esempio di Orihuela

Sarà un caso che uno dei paesi più maschilisti d’Europa non faccia gareggiare uomini in tutine di lustrini? 

Pare di sì, perché in Spagna la situazione è diversa. A partire da Gennaio di quest’anno infatti, La Real Federación Española de Gimnasia (RFEG) ha aperto il Campionato Spagnolo e la Coppa di Spagna alle squadre miste. Ma già nel 2009 la RFEG aveva creato il Campionato Maschile di Ginnastica Ritmica. 

Se questo è successo è grazie a Rubén Orihuela, sette volte campione spagnolo, che da anni porta avanti la battaglia per una ritmica inclusiva. Nato nel 1987, inizia a fare ginnastica nel 1998, dopo essere stato notato da un’allenatrice che lo aveva visto imitare le sue allieve. Orihuela racconta che non è mai stato facile per lui, le ragazze con cui si allenava non gli parlavano, facevano finta che non esistesse, mentre i ragazzi lo prendevano in giro chiamandolo maricón. Eppure Orihuela non ha mai smesso. 

La prima grande delusione arriva quando gli viene impedito di partecipare alle gare di categoria assoluta: se durante le open aveva potuto gareggiare pur essendo un maschio, al livello successivo era stato bloccato dal regolamento. È così che inizia la sua campagna, con petizioni al Ministero per le Pari Opportunità e l’appoggio di una divinità della ginnastica ritmica mondiale e spagnola: Almudena Cid Tostado.

“È una persona di gran peso nel mondo ginnico e di sicuro una grande percentuale di quello che siamo riusciti a ottenere è grazie al fatto che ha espresso chiaramente la sua opinione e si è schierata a favore del movimento per l’uguaglianza” afferma Orihuela sull’endorsement di Tostado. 

Tostado non è nuova alle lotte contro la discriminazione nel mondo sportivo: prima e unica ginnasta di ritmica presente in quattro Olimpiadi consecutive, insieme a Laura Zacchilli è stata la più anziana tra le ginnaste ancora attive, ritirandosi all’età di ventotto anni.

“È stato difficile scegliere il momento, però è successo come volevo, quando volevo. […]” ha dichiarato Tostado alla rivista Mujer Hoy. "Ho lottato per otto anni contro l’idea che ero troppo anziana per questo sport e ho potuto dimostrare che a 28 anni ero ancora tra le migliori. […] Se la ritmica è uno sport in cui si dà valore all’espressività e al maneggio dell’attrezzo… perché la gente crede che sia solo flessibilità se c’é anche l’attrezzo? È un’arte. E la si apprende con gli anni, con la maturità […] Non mi quadrava e mi chiedevo: perché le ginnaste abbandonano così giovani? Perché tutte intorno a me si ritirano? Io mi sono ribellata.”

Chi seguirà?

Nonostante l’apertura della Federazione spagnola alle competizioni miste sia un passo importante, la Federazione Ginnastica Internazionale continua a far finta di non capire e la ritmica maschile non è ancora stata riconosciuta a livello mondiale.

Il Giappone ha ovviato al problema creando una propria Federazione che promuove la ginnastica ritmica maschile nel mondo, senonché la disciplina non corrisponde a quella comunemente nota con lo stesso nome. La versione giapponese maschile è ampiamente praticata in Asia e il suo primo campionato del mondo è avvenuto nell’ormai lontano 1985, ma è una disciplina differente dalla ritmica, che integra elementi acrobatici, movenze di tipo marziale che si rifanno alla tradizione samurai e utilizza attrezzi diversi: il bastone, delle clavette più grosse, due cerchi di diametro inferiore, oltre alla fune che è l’unico attrezzo uguale. 

Russia e Canada hanno seguito le orme del Giappone e anche Orihuela sostiene che non sarebbe insensato, in un futuro, dotare la ginnastica ritmica maschile di caratteristiche uniche. Parlando della fune, per esempio, afferma che la potenza nel salto che riesce a ottenere un uomo con uno sforzo minore rispetto a una donna, ha un impatto visivo piuttosto d’effetto sul pubblico, e per rendere la ritmica maschile più appetibile si potrebbe approfittare di alcune caratteristiche che l’uomo ha per natura. 

Ma piuttosto che creare una nuova disciplina sarebbe bello dare nuova visibilità e accessibilità a quella già esistente; non solo a livello nazionale o nei campionati minori, ma fino ad arrivare alle Olimpiadi.

E quindi in Italia? Difficile da capire, un dibattito ufficiale sembra pressoché inesistente. Sul sito della Federazione non compare nulla in merito alla declinazione maschile della ginnastica ritmica. Cercando in rete però si trovano video di esibizioni miste datate 2008 e, da poco più di due anni, annunci di società che aprono i battenti “anche ai maschietti” (sic). 


Ah, a proposito: Bravissima è il romanzo di esordio di Paola Moretti!

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Si sistemò nel centro, incastrò la palla azzurra tra polpaccio e coscia, poi si mise a testa in giù, un piede ben piantato a terra, l’altro in aria. Quando riecheggiò il bip della registrazione stese la gamba e mentre si alzava in arabesque la palla le scivolò sul corpo, arrivando fino al dorso delle mani.

Lo spirito di questa esibizione era diverso, più raffinato, quasi melenso. La musica aveva una melodia dalle influenze greche, con flauti e strumenti a corda, e i movimenti erano più fluidi, quasi teatrali. Teo piegò le braccia con i gomiti verso l’esterno e ruotò le mani fino a congiungere le punte delle dita sotto la sfera in equilibrio. Nel mentre abbassò la gamba stesa dietro e la riportò accanto a quella che faceva da perno. Sfiorata terra con il piede, affondò in un plié accompagnato dalle braccia che si preparavano per dare la carica alla palla.

Quando la traccia cominciò ad accelerare, con movimento repentino lanciò l’attrezzo in aria e infilò tre capovolte una dietro l’altra per poi fermarsi giusto in tempo con le ginocchia divaricate ad aspettare che la palla ci atterrasse in mezzo.


La strada si conquista insieme

Intervista a Manuela Mellini, autrice di “La strada si conquista. Donne, biciclette e rivoluzioni” (ed. Capovolte)

di Giorgia Bernardini

Perché hai scritto un libro sulla bicicletta?

Questo è un libro che nasce da mie due grandi passioni, la scrittura e la bicicletta.

Mi è capitato di leggere e scoprire storie di donne in bici, un argomento che mi ha conquistata. Così ho pensato che volevo continuare a scoprire delle cose e a raccontarle a modo mio. Poi è avvenuto l’incontro con la casa editrice Capovolte a cui questa idea è piaciuta molto e insieme abbiamo discusso e ragionato un progetto sulle cose che volevo raccontare.  

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Inoltre c’è un aspetto autobiografico. Il luogo da cui provengo si chiama Alfonsine, un paese in provincia di Ravenna, che è abbastanza vicino al paese in cui è nata Alfonsina Strada. Io e Alfonsina abbiamo in comune la campagna, il caldo d’estate e la nebbia d’inverno, la pianura a perdita d’occhio e per questo è un personaggio che ho sempre sentito molto vicino. Strada è l’unica donna che abbia mai partecipato ad un Giro d’Italia maschile – una storia che mi ha veramente esaltata sia da un punto di vista sportivo che personale. 

Un altro argomento che mi ha spinto a scrivere questo libro è il tema della Resistenza e delle partigiane in bicicletta. Nella mia zona è una storia molto sentita e quando ero piccola nella mia scuola venivano a trovarci le donne che avevano fatto le staffette. Ci raccontavano le loro imprese, di come girassero con le borse della spesa dentro cui nascondevano le armi o messaggi o munizioni o volantini clandestini. 

Quand’è che l’utilizzo della bicicletta da parte delle donne è diventato socialmente accettabile?

Nel Nord Italia intorno agli anni Venti e Trenta, nel Sud invece è diventato un fenomeno di massa nel secondo Dopoguerra. In Italia centro-settentrionale durante il Fascismo, che è stato il periodo storico in cui ci sono state meno libertà per tutti e in particolare per le donne relegate al ruolo di madre forte e prosperosa, è proprio negli anni Trenta che le donne hanno acquisito un minimo di libertà in più per poter andare in bicicletta tranquillamente. 

Che significato ha avuto l’oggetto bicicletta per le staffette e per le partigiane?

Molte delle staffette erano ragazze giovanissime, a volte persino tredici-quattordicenni che vivevano nelle campagne. Dopo l’8 settembre del 1943 l’uso della bicicletta in città era stato vietato, soprattutto per gli uomini; le donne in bicicletta invece non erano ritenute pericolose. In campagna al contrario si poteva usare senza particolari problemi, nonostante i posti di blocco situati ovunque. 

Infatti tutti in campagna ne avevano una, per andare a vendere la frutta, per andare a lavorare. E quindi queste ragazze usavano le biciclette che avevano a casa, che si erano tramandate in famiglia, e facevano ciò che potevano per sostenere la lotta partigiana: portavano messaggi, armi, medicinali, diffondevano stampa clandestina.

Ma c’erano anche donne partigiane che non andavano in bicicletta ma combattevano con le armi a fianco degli uomini e hanno fatto una vera rivoluzione. In un certo senso sono state loro a definire l’ossatura del movimento partigiano, e questo è un aspetto che è stato riconosciuto solo recentemente – e nemmeno a tutte le staffette. Se i partigiani sono riusciti effettivamente a sconfiggere i fascisti è anche grazie a queste donne, e al fatto che fossero in numero considerevole.

Un aspetto incredibile è che quando le partigiane stesse parlano delle loro azioni lo fanno come se non avessero fatto niente di speciale ma solo ciò che era normale e giusto fare. Ma in realtà hanno scritto una pagina importante della nostra storia e sono state il motore che ha spinto le donne italiane ad entrare in politica nel Dopoguerra e a costruirsi un ruolo sociale. 

Nella politica, nel mondo, nell’attualità, nella società le donne ci sono entrate in bicicletta. 

E oggi la bicicletta ha ancora un valore politico?

Sì, ce l’ha in generale per uomini e donne. Scegliere di andare in bicicletta invece che in auto è un’azione politica anche se non lo si fa apertamente con questo intento. Però smuove qualcosa. Ha un valore politico molto forte in realtà come il Medio-Oriente e il Nord Africa dove è ancora molto raro che le donne possano andare in bicicletta. Non è vietato legalmente ma per tradizione sì quindi non è ben visto e corrono ancora il rischio di incorrere in reazioni molto violente.

Ma anche nelle nostre grandi città occidentali andare in giro in bici non è ancora così tanto sicuro, quindi ha senso organizzarsi, mettersi in gruppo e fare le cose insieme come fanno le Femministe con ciclo, un gruppo di donne di Roma che si sono organizzate per andare in bici da sole la sera. 

Quello che fanno è combattere contro i pregiudizi e lo fanno organizzandosi per avere la libertà di andare in giro in bici nella propria città, all’ora che preferiscono, nella zona che preferiscono senza incorrere nel rischio di “essersela andata a cercare”.

La strada si conquista insieme. 


Due o tre cose che abbiamo fatto in giro in queste ultime settimane

  1. Lo sport femminile negli ultimi tempi ha portato lo sport in generale ai suoi limiti e l’ha costretto a ripensare un paio di cose che si davano per assodato. Come quella volta che Alysia Montaño, incinta di otto mesi, ha gareggiato ai campionati nazionali americani arrivando ultima su 29 atlete. Vi racconto tutto su l’Ultimo Uomo: il tabù della maternità nello sport.

  2. Io e Dario Focardi abbiamo dialogato live con Antonella Bellutti, attualmente una dei quattro candidati alla Presidenza del CONI. Trovate l’intervista (video) esilarante qui.

  3. Ho preso un caffè con l’illustratrice Sara Liguori e abbiamo parlato di calcio femminile e di quando il prete di Sarzana (correva l’anno 1982) era andato allo stadio e si era dimenticato di sposare i miei genitori. Ma anche di quando nel 1998 andavo nella curva del Catania (che anno!, quello della promozione in C1) oppure guardavo le partite del Milan sul divano della casa di mio nonno ma sotto il sedere tenevo il cuscinetto da stadio pieghevole – così, per avere un po’ di feeling da San Siro.


Due o tre cose che abbiamo letto in giro in queste ultime settimane

A. Elena Vallortigara è campionessa italiana di salto in alto. In un pezzo molto intimo su The Owl Post ci racconta l’altra metà dell’atletica, quella che si esercita al di fuori della pista rossa e dentro la propria testa.

Ho sempre trovato il salto in alto una disciplina intuitiva, quasi semplice. Avevo provato sia con il nuoto che con la ginnastica artistica, prima, ma cloro e polvere mi appesantivano i polmoni, mi corrodevano le giunture, come ruggine invadente che si impadronisce di una bicicletta lasciata distrattamente sotto all’acquazzone.

Aria.

Mi serviva l’aria aperta, e quando i miei genitori mi hanno portata al campo di atletica, il mio corpo si è sciolto nell’estasi dolcissima della comunione tra le cose. Vento, tartan, angoli, asticella: tutto ha trovato il giusto incastro, in una mente che da sempre aveva fatto della propria vita un tetris senza fine.

B. Elena Marinelli ci spiega perché il tennis è il più ricco degli sport femminili.

C. E sempre a proposito di soldi il The Guardian ci dice che lo sport femminile si trova in una traiettoria di crescita, anche se ci vuole ancora un po’ di tempo prima che diventi lucrativo.


Ed ecco qui l’immancabile video per il nostro fine settimana del 25 Aprile.

“Signorine, facciamo una fuga insieme”


Grazie per il tuo tempo e per essere passat* di qui. Se ti piace quello che facciamo, magari ti va di consigliarci a qualche amic*. In ogni caso scrivici, basta che tu risponda a questa mail.

Noi ci sentiamo a maggio ma intanto ricordati che

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